Nemo me impune lacessit
Avevo sempre vissuto l’estate godendomi il caldo che tanto mi piace, pensando a quanto fossero lontani i giorni in cui indossare cappotti, giacche di pelle e la mia nutrita collezione di sciarpe. L’estate era l’occasione per star fuori senza soffrire il freddo.
Ma questa volta, invece…mi sono ritrovato ad agognare i maglioni e le temperature rigide. Per avere, come se ce ne fosse stato il bisogno, un motivo ed una scusa in più per stare rintanato sotto il piumone quando non al lavoro. Perché il letargo è profondo ed il freddo lo concilia ancor di più.
La letargia vista come una prigione: mi sono sempre chiuso in prigione solo per avere la prospettiva di espiare ed uscirne fuori con le mie forze e le mie gambe, e ritornare sotto la luce del sole con qualche convinzione in più e qualche ingenuità in meno. Questo letargo invece non è autoimposto, ma è semplicemente l’unica maniera in cui so reagire. Non credo più a niente, né qui dentro né là fuori. Tante volte ho spergiurato, con “l’insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé” che si dimostrava per l’appunto vacua ed ed inapplicabile perché al mondo là fuori finivo dritto o storto per appigliarmi. Ora non mi prometto nulla…perché non basto io, non basta chi o cosa c’è lì fuori, non basta nulla.
A più di 15 anni di distanza mi sono ritrovato seduto sulle scale di casa di un’amica, a mille chilometri di distanza, io che fumavo, lei che mangiava dolci fatti in casa. E me lo ha fatto notare lei, che qualcosa doveva pur valere e significare. Io ho perso tutti questi piaceri e questi simbolismi in cui tanto mi rifugiavo.
“Vogliti” è cacofonico ma grammaticalmente ineccepibile, lo ha detto in forma di imperativo senza appello, ed è il ferro che ha battuto con maggiore insistenza, anche se freddo e non più plasmabile. Insieme all’altro, quel “non perderla” riferito a quella persona così fondamentale che ho deliberatamente allontanato, dicendole di fare a meno del suo amico. Proprio perché non basta nulla.
La grammatica latina mi viene in aiuto. Non leggo Nemo come aggettivo indefinito, ma esattamente come un soggetto, un nome proprio: ed il significato della frase viene stravolto, perde tutto l’antico orgoglio medievale e diventa un’ammissione da commentario, in terza persona.
Sono semplicemente diventato il peggior nemico di me stesso.
"You closed your eyes and saw her
You knew who you were
Now your own worst enemy has come to town
Your own worst enemy has come
Your world keeps turnin’ ’round and ’round
But everything is upside down
Your own worst enemy has come to town
There’s a face you know
Staring back from the shop window
The condition you’re in
Now you just can’t get out of this skin"
Voglio sentirti raccontare di Verona, qui, su queste “pagine”… e non perché voglio a tutti i costi che tu mi provi di aver “sentito”, ma perché ho voglia di condividere con te quello che è stato. E se lo vorrai, ti scriverò proprio qui, nel tuo spazio, ciò che è stato per me.