Annus horribilis in decade malefica
Ed il mese non è stato da meno.
Mi è rimasta solo una zona franca, in quella città. Solo Fiumicino. Anche se per raggiungerla devo sobbarcarmi lo strazio di attraversare quelle banchine, quei binari, quegli atrii di Termini. Uno strazio senza fine.
E nella zona franca, prima di mettermi in volo, sono stato pungolato, prima dell’ennesimo aereo, da domande sempre più incalzanti. Ogni domanda, una dietro l’altra, cercava di attirare la mia attenzione sul punto focale. Su quello che sono, su quello che devo a me stesso. La piccola anima, la mia amica che da quel giorno ha una lampada da strofinare in attesa che spunti fuori il leggendario genio, si è messa con la sua solita lena a cercare di mostrarmi una realtà diversa da quell’unica che riesco a vedere io. Perché è l’unica che riesco a vivere.
Poi mi sono messo in volo, un ulteriore viaggio. In 4 mesi ho preso tanti aerei quanti ne avevo presi in tutta la mia vita, e stavolta la destinazione era la stessa del mio primo volo, l’isola dove ho vissuto per 4 mesi senza per nulla vivere, anzi…facendo tutto il possibile per non tornarne vivo. L’isola dove sono quasi riuscito ad emulare Jerome Clifford.
E lì, sull’isola, sono stato assalito da odori, colori, sapori che mi hanno riportato a quei mesi del 2002. Per la prima volta un viaggio di lavoro mi ha fatto provare delle sensazioni, ma solo perché si ricollegavano ad una sorta di nostalgico rancore per qualcosa di già visto, vissuto, odorato, sentito addosso.
A 6 anni esatti di distanza, la mia esistenza è diventata una succursale di quella, un posto dove mi limito a viaggiare faticosamente, dove non frequento praticamente nessuno che non abiti con me e in cui sento la mia voce talmente di rado che a volte quando parlo mi giro. Tutto è in ritardo perché le mie sensazioni sono rallentate, sopite, finite. La stessa amica di cui sopra dice che io volto le spalle alle emozioni, senza più crederci…ma è perché non ne ho più. Romantici, idealisti e lotte titaniche…Non è assolutamente ovvio che esistano altre forme di vita, a dispetto della mia convinzione raggiunta un paio di anni fa attraverso sangue, terra, polvere e graffi. Può darsi che esistano, ma non tutti vi hanno accesso.
Il libro d’oro nemmeno esiste più. Le pagine sono state strappate, è stato bruciato, non ho più nessuna prima pagina ma nemmeno pagine bianche interne su cui scrivere. Come se fosse venuto fuori dal mio addome un chestburster, devastando ogni cosa, ha rotto e sfasciato tutto ciò che ero, che avevo imparato ad essere, e non mi riconosco più. Né da solo, né in quei pochi rapporti interpersonali che sto avendo da mesi. Sono spento. Mi hanno persino dato dello spocchioso, a me che – forse – lo sono solo quando si parla della mia Juve. Senza rendersi conto che invece sono semplicemente diventato scostante. Mai pronto alla battuta, mai propenso a cogliere uno spunto di riflessione o una presa in giro.
Lo sguardo che getto attorno è stralunato, vacuo, perché la realtà che sta lì fuori non fa più per me. O meglio, sono io a non essere più adeguato ad immergermi in quella realtà. Come farlo, se a me per primo disgusta il mio stesso modo di pormi. Come, se quella fiducia tradita e strappata in maniera inenarrabile mi ha strappato via la personalità.
E’ tutto un ormai, è dismesso il tempo dei “per adesso”.