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17 dicembre 2011

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1 ottobre 2008

Nemo me impune lacessit

Avevo sempre vissuto l’estate godendomi il caldo che tanto mi piace, pensando a quanto fossero lontani i giorni in cui indossare cappotti, giacche di pelle e la mia nutrita collezione di sciarpe. L’estate era l’occasione per star fuori senza soffrire il freddo.
Ma questa volta, invece…mi sono ritrovato ad agognare i maglioni e le temperature rigide. Per avere, come se ce ne fosse stato il bisogno, un motivo ed una scusa in più per stare rintanato sotto il piumone quando non al lavoro. Perché il letargo è profondo ed il freddo lo concilia ancor di più.
La letargia vista come una prigione: mi sono sempre chiuso in prigione solo per avere la prospettiva di espiare ed uscirne fuori con le mie forze e le mie gambe, e ritornare sotto la luce del sole con qualche convinzione in più e qualche ingenuità in meno. Questo letargo invece non è autoimposto, ma è semplicemente l’unica maniera in cui so reagire. Non credo più a niente, né qui dentro né là fuori.  Tante volte ho spergiurato, con “l’insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé” che si dimostrava per l’appunto vacua ed ed inapplicabile perché al mondo là fuori finivo dritto o storto per appigliarmi. Ora non mi prometto nulla…perché non basto io, non basta chi o cosa c’è lì fuori, non basta nulla.
A più di 15 anni di distanza mi sono ritrovato seduto sulle scale di casa di un’amica, a mille chilometri di distanza, io che fumavo, lei che mangiava dolci fatti in casa. E me lo ha fatto notare lei, che qualcosa doveva pur valere e significare. Io ho perso tutti questi piaceri e questi simbolismi in cui tanto mi rifugiavo.
“Vogliti” è cacofonico ma grammaticalmente ineccepibile, lo ha detto in forma di imperativo senza appello, ed è il ferro che ha battuto con maggiore insistenza, anche se freddo e non più plasmabile. Insieme all’altro, quel “non perderla” riferito a quella persona così fondamentale che ho deliberatamente allontanato, dicendole di fare a meno del suo amico. Proprio perché non basta nulla.

La grammatica latina mi viene in aiuto. Non leggo Nemo come aggettivo indefinito, ma esattamente come un soggetto, un nome proprio: ed il significato della frase viene stravolto, perde tutto l’antico orgoglio medievale e diventa un’ammissione da commentario, in terza persona.
Sono semplicemente diventato il peggior nemico di me stesso.

"You closed your eyes and saw her
You knew who you were
Now your own worst enemy has come to town
Your own worst enemy has come
Your world keeps turnin’ ’round and ’round
But everything is upside down
Your own worst enemy has come to town
There’s a face you know
Staring back from the shop window
The condition you’re in
Now you just can’t get out of this skin
"

1 ottobre 2008

Annus horribilis in decade malefica

Ed il mese non è stato da meno.
Mi è rimasta solo una zona franca, in quella città. Solo Fiumicino. Anche se per raggiungerla devo sobbarcarmi lo strazio di attraversare quelle banchine, quei binari, quegli atrii di Termini. Uno strazio senza fine.
E nella zona franca, prima di mettermi in volo, sono stato pungolato, prima dell’ennesimo aereo, da domande sempre più incalzanti. Ogni domanda, una dietro l’altra, cercava di attirare la mia attenzione sul punto focale. Su quello che sono, su quello che devo a me stesso. La piccola anima, la mia amica che da quel giorno ha una lampada da strofinare in attesa che spunti fuori il leggendario genio, si è messa con la sua solita lena a cercare di mostrarmi una realtà diversa da quell’unica che riesco a vedere io. Perché è l’unica che riesco a vivere.
Poi mi sono messo in volo, un ulteriore viaggio. In 4 mesi ho preso tanti aerei quanti ne avevo presi in tutta la mia vita, e stavolta la destinazione era la stessa del mio primo volo, l’isola dove ho vissuto per 4 mesi senza per nulla vivere, anzi…facendo tutto il possibile per non tornarne vivo. L’isola dove sono quasi riuscito ad emulare Jerome Clifford.
E lì, sull’isola, sono stato assalito da odori, colori, sapori che mi hanno riportato a quei mesi del 2002. Per la prima volta un viaggio di lavoro mi ha fatto provare delle sensazioni, ma solo perché si ricollegavano ad una sorta di nostalgico rancore per qualcosa di già visto, vissuto, odorato, sentito addosso.
A 6 anni esatti di distanza, la mia esistenza è diventata una succursale di quella, un posto dove mi limito a viaggiare faticosamente, dove non frequento praticamente nessuno che non abiti con me e in cui sento la mia voce talmente di rado che a volte quando parlo mi giro. Tutto è in ritardo perché le mie sensazioni sono rallentate, sopite, finite. La stessa amica di cui sopra dice che io volto le spalle alle emozioni, senza più crederci…ma è perché non ne ho più. Romantici, idealisti e lotte titaniche…Non è assolutamente ovvio che esistano altre forme di vita, a dispetto della mia convinzione raggiunta un paio di anni fa attraverso sangue, terra, polvere e graffi. Può darsi che esistano, ma non tutti vi hanno accesso.
Il libro d’oro nemmeno esiste più. Le pagine sono state strappate, è stato bruciato, non ho più nessuna prima pagina ma nemmeno pagine bianche interne su cui scrivere. Come se fosse venuto fuori dal mio addome un chestburster, devastando ogni cosa, ha rotto e sfasciato tutto ciò che ero, che avevo imparato ad essere, e non mi riconosco più. Né da solo, né in quei pochi rapporti interpersonali che sto avendo da mesi. Sono spento. Mi hanno persino dato dello spocchioso, a me che – forse – lo sono solo quando si parla della mia Juve. Senza rendersi conto che invece sono semplicemente diventato scostante. Mai pronto alla battuta, mai propenso a cogliere uno spunto di riflessione o una presa in giro.
Lo sguardo che getto attorno è stralunato, vacuo, perché la realtà che sta lì fuori non fa più per me. O meglio, sono io a non essere più adeguato ad immergermi in quella realtà. Come farlo, se a me per primo disgusta il mio stesso modo di pormi. Come, se quella fiducia tradita e strappata in maniera inenarrabile mi ha strappato via la personalità.
E’ tutto un ormai, è dismesso il tempo dei “per adesso”.

30 agosto 2008

Senza titolo.

10 luglio 2008

Ultima curva

Dismettere Fiorenza ha un sapore per nulla agrodolce. È solo amaro, perché ha il sapore di qualcosa di mio che non esiste più. Ho svuotato lo svuotabile, ho prelevato i cosiddetti effetti personali, la mia tartarughina kinder incollata sul cruscotto col bostik, i kleenex, le monetine impolverate per una tangenziale che non prendo da mesi. Ho scavato nel vano portaoggetti trovandoci un tuttocittà decennale, accendini, gli occhiali di scorta, penne, indirizzi, una torcia scarica.Ho lasciato lì dentro, impregnati nella tappezzeria insieme al fumo al sudore ed alle lacrime, una valanga di ricordi.

Un carro attrezzi si è portato via una carcassa d’auto piena di una vita, di attimi vissuti lì dentro con donne che non ci sono più. L’ultima, in tutti i sensi, l’ha vissuta poco e sporadicamente quell’auto, eppure ogni volta che mi ci sedevo era un rivivere sensazioni e quella notte di ottobre.
Fiorenza verrà a giorni rimpiazzata da una quattro ruote a cui devo ancora affibbiare un nome, ma che sarà irrimediabilmente più ordinaria quanto a vissuto. Farà casa-lavoro lavoro-casa e poco altro, e di anime ne porterà sempre e soltanto una, certo pesante come il mondo sulle spalle di Atlante, ma sempre una ed una sola sarà.

4 luglio 2008

Nella notte te ne andrai

"Dimmi cos’è che fa sentire
il vuoto che ti toglie tutto
e fa finire il gioco
dimmi cos’è dentro di te
dimmi perchè
Cerchi in questo giorno d’inverno
il sole che non tramonta mai
lo cerchi in questa stanza d’albergo
solo e sempre con i tuoi guai.
Dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no"


27 giugno 2008

(Non) ho ancora la forza

Gran puntello è sempre stata in tante avversità questa sequela di frasi un po’ sbruffone che avevi scritto per il vecchio musico di Via Paolo Fabbri, ricamandole addosso alle sue bottiglie di rosato, alle sue sigarette ed alla sua erre così vibrante.
Il musico l’ha cantata, l’ha portata in giro; poi l’avete cantata insieme, poi l’hai interpretata da solo.

Il risultato era sempre quello, una canzone da scandire per lo meno quando mi trovavo faccia a faccia con me stesso, a guardarmi allo specchio ed a cercarmi per l’ennesima volta, infilandomi negli spazi vuoti tra le righe per cercare e trovare conferme.

Andavo “col” mondo per mia scelta, tornavo dal mondo per scelta altrui e con le ossa malconce, ma tornavo comunque “col” mondo, e tornavo vivo. O come minimo tornavo con la “forza” per sentirmi vivo, per dimostrarmi ancora vivo. Mi davo le mie scadenze, costruivo i miei simulacri nel mio personalissimo pantheon di simbolismi.

Adesso l’hai riscritta. L’hai ricantata per conto tuo cucendola su di te. Io ho cercato ancora quegli stessi giri del motore e quel combaciare di ingranaggi che mi facessero di nuovo infilare tra le righe.

Ma c’è un gran casino qui, stavolta. È tutto scassato, è peggio della scatola del cambio di Fiorenza, la mia auto. Nonostante quelle specifiche frasi siano rimaste uguali, non sono più mie.

al mondo sono andato
dal mondo son tornato sempre vivo


nel mondo sono andato
dal mondo son tornato sempre vivo


col mondo sono andato
col mondo son tornato sempre vivo

Ho cercato di scandire di nuovo la dittologia ma non c’è niente da fare. Nessun simbolo funziona più. Non si tratta solo di ossa rotte stavolta. Non sono tornato affatto. Tutto è inutilità. Respiro nebbia perché è grigio l’unico colore che ho davanti, e nemmeno volevo credere a chi tanti anni fa mi parlava di una vera, palpabile patina di grigio perennemente davanti agli occhi.

Questa è la sconfitta Noumeno. La sconfitta Idea che ha sua totale rappresentazione nel sensibile. La sconfitta che non può essere, per la sua stessa natura, punto di ripartenza.

Ho visto la Morte in faccia ieri. Sono uscito dal groviglio di lamiere che è diventata Fiorenza con addosso un graffietto sul braccio. Ben più grave è che la Morte non mi avrebbe affatto trovato vivo. Mi si propongono cure, mi propongono soluzioni. Tutti palliativi. Tutte chiacchiere senza senso che si discostano dal punto cruciale. Non ci si può lamentare della cura quando la malattia è mortale. Prima bisognerebbe guarire.

Fugit irreparabile tempus.

26 giugno 2008

20.11.1999 – 26.06.2008

De profundis per Fiorenza.

22 maggio 2008

Parallelo contiguo

"Marco viveva per il ciclismo. Quando gli hanno tolto il ciclismo è morto. Togliendogli la cosa a cui teneva di più lo hanno massacrato. "

22 maggio 2008

Parallelo contiguo

"Marco viveva per il ciclismo. Quando gli hanno tolto il ciclismo è morto. Togliendogli la cosa a cui teneva di più lo hanno massacrato. "

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